Senza agenda predeterminata: la bellezza del compromesso

10.06.2026
www.paginasdigital.com pubblica il discorso tenuto lo scorso 1° giugno dall'ex presidente della Corte costituzionale italiana in occasione della consegna del Premio Niccolò Copernico "Fides et Ratio" (Nagroda Mikołaja Kopernika Fides et Ratio), un riconoscimento internazionale assegnato nella città di Toruń, in Polonia. Il discorso aiuta a capire che la dottrina sociale della Chiesa «nasce dalla fede e dalla sua intelligenza della realtà, non si traduce in un repertorio di soluzioni tecniche né in un modello economico o politico da contrapporre ad altri: appartiene a un livello diverso, quello dei principi che orientano la lettura degli avvenimenti e sostengono un'interpretazione evangelica dei processi storici e delle scelte che questi comportano (…) non pretende di sostituirsi alle responsabilità della politica e delle istituzioni» (parr. 85-86). Marta Cartabia, Università Bicocca su Wikipedia Commons

Nel corso della mia carriera, soprattutto da quando ho rivestito un incarico pubblico, mi è capitato abbastanza frequentemente che mi rivolgessero la domanda: «ma che cosa significa per un cattolico vivere la fede nella vita pubblica?» «come vivi la tua fede nel tuo lavoro?»

Posso capire l’origine di quella domanda.

Ho iniziato il mio impegno pubblico all’inizio del nuovo secolo, proprio nel momento in cui la grande secolarizzazione del vecchio continente veniva a galla, anche in forme piuttosto aggressive. Basti ricordare i toni del dibattito sulle “radici cristiane dell’Europa” — tema carissimo soprattutto a san Giovanni Paolo II — nell’ambito della grande discussione sulla Costituzione europea. Il professor Weiler e Hanna Suchocka sono testimoni oculari di quel dibattito e delle posizioni intransigenti di alcuni leader.

Il professor Weiler scriveva allora il suo libro, appena ripubblicato, su L’Europa cristiana, in cui denunciava una diffusa “cristofobia” ora “cristoamnesia”, e una ostilità verso ogni fenomeno religioso, derivante da una mal intesa laïcité, di matrice francese soprattutto.

Essere cattolici e professare la propria fede in pubblico era motivo di imbarazzo, all’epoca.

E Weiler ci spronava a non essere “marrani”, a non ritrarci in una dimensione privata, a non nasconderci.

Si capisce, dunque, che in un contesto così ci si possa chiedere: cosa vuol dire svolgere un ruolo pubblico da credente?

Ma quella domanda nascondeva un’ambiguità, a mio parere.

Mi ha sempre colpito che a seconda di chi poneva la domanda, c’era sempre una implicita seconda domanda sottintesa:

— Se a porre l’interrogativo era una persona di orientamento conservatore, sotto sotto intendeva chiedere: come fai a garantire i valori cristiani, soprattutto la tutela della vita e della famiglia in un mondo così ostile? Poiché sono una giurista, la domanda mirava a chiedere: sei riuscita a difendere le nostre leggi su aborto, fine vita, famiglia ecc.?

— Se era una persona di orientamento progressista, il quesito implicito era: sei riuscita a fare qualcosa per i deboli, per le persone più povere e soprattutto gli immigrati, e sugli altri temi della giustizia sociale e della solidarietà?

— Poi c’era il filone dei patiti della sussidiarietà e del terzo settore: cosa hai fatto per attuare il principio di sussidiarietà, difendere le autonomie locali, valorizzare la scuola privata?

— Più raramente, la domanda implicita era sulla libertà di religione, che invero a me pare un tema centrale ed è emerso soprattutto nelle controversie in tema di simboli religiosi — ma lì il professor Weiler si è preso sulle spalle il carico per tutti e ha sistemato tutta l’Europa con 20 minuti di arringa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Vedere per credere. È ancora disponibile su YouTube. Una lezione insuperata.

Intendiamoci: la domanda principale — cosa significa essere cristiani in pubblico, oggi — è più che interessante. Ma le domande di secondo livello, sottintese a quella principale, mi hanno sempre lasciata perplessa per due ragioni fondamentali.

La prima. È come se muovessero dal presupposto che il cattolico che si impegna in pubblico debba avere una agenda predeterminata da eseguire.

Perdonate il paragone poco rispettoso, ma c’è qualcosa di simile quando mi chiedono: cosa vuol dire essere donna alla Corte costituzionale? Cosa vuol dire essere donna al Ministero della giustizia? L’implicito è: che cosa hai fatto per i diritti delle donne? Che cosa hai fatto per la famiglia e i minori? Che cosa hai fatto contro la violenza di genere?

Il fatto è che quando assumi un impegno pubblico accetti di raccogliere le sfide della storia e la storia ti interroga su mille fronti: ti trovi a occuparti — per fare qualche esempio dalla mia esperienza — di dover ridurre i tempi della giustizia, di assicurare la separazione tra politica e potere giudiziario, di giudicare una legge elettorale, di pronunciarti su obblighi di vaccinazione in piena pandemia, di far funzionare il sistema penitenziario, di rifare la legge sul traffico di stupefacenti, sull’uso dei beni sequestrati alla mafia, sull’uso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale nella funzione giudiziaria, e così via… Raramente i temi che ti investono rientrano nell'”agenda cattolica” (o nell'”agenda donna”). E dunque? Cosa ha da dire un credente sui temi che non rientrano nell’agenda cattolica?

La prima cosa che mi ha insegnato il mio impegno pubblico è stato lasciarmi provocare dalle domande della storia — dentro e fuori il perimetro dell’agenda cattolica. Se è vero, come è vero, che il cuore della cristianità è l’incarnazione nella storia umana, tutto ciò che appartiene alla storia dell’umanità ci interroga e ci interessa.

«Homo sum, humani nihil a me alienum puto»: «nulla che sia umano mi è estraneo», diceva Terenzio.

Anzi, forse gli aspetti più interessanti sono quelli in cui non c’è già una risposta precostituita alla quale pensi di poter attingere. L’avventura più bella e gustosa è quella che proviene dalle sfide nuove, che chiedono una risposta creativa. I terreni inesplorati: un po’ come l’enciclica di papa Leone Magnifica Humanitas, che apre una riflessione sui problemi del nostro tempo, pace e guerra, e soprattutto intelligenza artificiale.

La seconda ragione per cui quelle domande implicite sono fuorvianti è che esse sottintendono l’idea che la fede — e la dottrina sociale della Chiesa — siano un “prontuario di precetti”, pronti per essere applicati e che il compito di una donna di fede in politica sia di dare attuazione a quei precetti.

Questa prospettiva è irrealistica e non desiderabile.

Irrealistica, perché bisogna fare i conti con il fatto che nella società contemporanea siamo una minoranza. E quando hai una responsabilità pubblica devi fare i conti con il “limite del possibile”. Quando ero alla Corte costituzionale dovevo prendere le decisioni con altri 14 giudici costituzionali e portare argomenti convincenti e accettabili per tutti. Al Governo era ancora più complesso, perché ero parte di un governo di unità nazionale, sostenuto dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, e per far approvare le riforme occorreva convincerli tutti, altrimenti non avrebbero votato in parlamento.

Ma quella prospettiva di imporre le proprie soluzioni precostituite, quand’anche fosse possibile, non sarebbe nemmeno desiderabile perché non terrebbe conto della necessaria “distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica” e la necessaria “autonomia delle cose terrene”, chiarita sin dal Concilio Vaticano II e ribadita fermamente e ampiamente nell’ultima enciclica (Magnifica Humanitas, parr. 21-24). La dottrina sociale non è “un repertorio di soluzioni tecniche”, e neppure “un modello economico o politico” che si sostituisce alla responsabilità politica dei singoli e delle istituzioni, dice papa Leone.

Nel mio impegno pubblico ho imparato ad amare e ad apprezzare la distinzione tra la città di Dio e la città dell’uomo, e l’inevitabile imperfezione delle leggi umane.

I grandi politici cattolici che hanno fondato la repubblica italiana lo sapevano chiaramente: mi ha sempre colpito la scelta di Alcide De Gasperi di non assecondare la richiesta delle gerarchie ecclesiastiche dell’epoca, che insistevano per introdurre nella nuova Costituzione repubblicana il principio di indissolubilità del matrimonio. Se c’era un uomo di fede autentica e di leale fedeltà alla Chiesa questo era De Gasperi. Se c’era un uomo che credeva profondamente nel valore del matrimonio questo era De Gasperi. Ma De Gasperi aveva orrore — come scrive nelle lettere a sua moglie dalla prigionia — all’idea di imporre con la forza della legge ciò che deve essere offerto alla libera adesione della persona. L’amore per la libertà emerge poeticamente in ogni riga che scrive alla sua amatissima moglie.

Anni fa fu per me liberante ascoltare le parole di papa Benedetto XVI nei suoi discorsi politici, che sarebbero da riscoprire, sempre attento a distinguere l’opera dell’uomo e l’opera di Dio, ed esaltare il valore del compromesso nelle cose umane. Parlando della responsabilità dei credenti in politica dice:

«Non è morale il moralismo che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica».

A proposito del compromesso Amos Oz dice nella sua Tübingen Lecture: «Nel mio mondo la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte».

Il compromesso è una parola bella: significa promettere insieme. Presuppone l’ascolto dell’altro, l’apertura della mente e del cuore. E spesso, credetemi, ho visto germogliare risposte innovative e creative proprio dalla necessità di procedere per compromessi.

L’apertura a raccogliere i frammenti di verità che emergono dall’ascolto dell’altro è generativa, suscita nuove soluzioni, muove la storia.

L’indisponibilità al compromesso nega l’esistenza dell’altro, è violenza e tende a distruggere.

Nel campo della giustizia, che è il mio campo di quotidiano impegno, l’intransigenza, il rigore, il massimalismo portano alla negazione di ciò che dovrebbero ottenere. Fiat iustitia et pereat mundus, dicevano i romani. Ma è la distruzione del mondo ciò che vogliamo conseguire con il nostro “fare giustizia”?

«Senza la prospettiva di un oltre, la giustizia è impossibile» — dice don Luigi Giussani nel Senso religioso.

Accettare che le cose umane siano sempre contrassegnate da un’imperfezione, da una crepa, da una ferita — umanità magnifica e ferita, dice Leone XIV nell’enciclica — non equivale ad accontentarsi della mediocrità, ma operare con la consapevolezza del proprio limite, del limite delle circostanze e della ineliminabile necessità di un passo ulteriore.

La consapevolezza dell’imperfezione della città dell’uomo chiama una continua ricostruzione, un continuo adeguamento alle circostanze che mutano, una continua rigenerazione dell’opera compiuta, proprio come Neemia descrive la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, secondo l’immagine con cui papa Leone descrive la presenza del cristiano nella storia:

«Dopo l’esilio babilonese, una parte del popolo è tornata a Gerusalemme, ma la città è ancora in rovina, le mura sono crollate e le porte bruciate. Neemia, un ebreo al servizio del re persiano Artaserse, riceve la notizia dello stato disastroso della città dei padri. Prima di agire, digiuna, prega, intercede per il popolo; poi chiede al re il permesso di tornare a Gerusalemme e, giunto sul posto, esamina in silenzio i luoghi distrutti. Non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora che le pietre. L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore» (par. 8, Magnifica Humanitas).

Non serve commentare questa immagine della grande ricostruzione così evocativa, specie in un tempo come il nostro segnato dalla distruzione, come a Babilonia.

Permettetemi di concludere con un ultimo passaggio: che cosa ci permette di accettare una soluzione imperfetta, di compromesso e che ben sappiamo non corrispondere ai nostri ideali?

È la consapevolezza che il nostro compito non è dire una parola definitiva sulla storia umana, che nessuno di noi è padrone della storia. Lasciatemelo dire con le parole di sant’Ambrogio, patrono della mia città, grande vescovo di Milano, importante funzionario e governatore dell’Impero romano, che bene conosceva le dinamiche del potere e i suoi effetti sul cuore umano.

Quam multos dominos habet qui unum refugerit!

Quanto padroni hanno coloro che rifiutano l’unico signore.

Entrare nella vita pubblica con una agenda predeterminata significa consegnarsi a un idolo. Entrarci con la consapevolezza che nessuno di noi è padrone della storia dona libertà dai propri successi, dai vincoli del potere, dalla riuscita dei propri progetti, persino dai propri ideali, che spesso sono filtrati da immagini parziali e soggettive.

Essere credente nella sfera pubblica non significa imporre a tutti “una agenda cattolica”. Il più bel complimento che mi hanno fatto alla fine di una estenuante mediazione, necessaria per realizzare alcune indispensabili riforme della giustizia in Italia, è venuto da alcuni attori politici che, di fronte all’ennesimo “compromesso” nel mezzo dell’aula parlamentare hanno esclamato: «ma davvero Ministra Cartabia lei non ha una agenda nascosta e vuole solo portare a termine ciò che è utile per il paese!»

Liberi dai nostri stessi progetti, per raccogliere i suggerimenti della storia.

«Il cristiano porta una vita dentro la propria vita, cammina tra gli uomini con un segreto nel cuore. Lo lascia, lo ritrova. E incontra molti uomini che appartengono a questa vita, anche se non si riconoscono nel nome cristiano» (Emmanuel Mounier, 1933).

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